Home ATTUALITA' Visita rifiutata a un bimbo di Catanzaro, i medici di Guardia medica: “Rispettati tutti i protocolli”

Visita rifiutata a un bimbo di Catanzaro, i medici di Guardia medica: “Rispettati tutti i protocolli”

di Red02
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Lettera aperta a firma di oltre 100 medici di Continuità Assistenziale dopo quanto accaduto a una collega medico di continuità assistenziale presso la postazione di Catanzaro lido. Secondo quanto affermano nella lettera, il medico non avrebbe visitato un bambino con sintomatologia simili influenzale, attenendosi ai protocolli aziendali e, pertanto, sarebbe stata vittima di varie critiche da parte dell’opinione pubblica e da parte di alcuni colleghi di altri servizi territoriali.

“Primum non nocere”

Questo è uno dei primi insegnamenti che riceviamo nel lungo e difficile percorso che porta ad esercitare la nostra professione, tanto bella quanto complessa. A scrivere è un gruppo eterogeneo di medici, tutti operanti nel difficile mondo della continuità assistenziale (meglio conosciuta come “guardia medica”), quel servizio presente nelle fasce orarie notturne e durante i festivi, per assicurare, come suggerito dallo stesso nome, una continuità nell’assistenza dei cittadini, in collaborazione con i colleghi medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, che svolgono tali attività durante le ore diurne.

La maggior parte di noi svolge il proprio ruolo con professionalità e con etica, secondo scienza e coscienza, ed è il motivo per il quale è doloroso leggere l’accanimento mediatico che si scatena contro uno di noi, nel momento in cui si verificano episodi spiacevoli come quello avvenuto lo scorso 1 novembre, presso la continuità assistenziale di Catanzaro lido, quando il medico di turno ha deciso di non sottoporre a visita ambulatoriale un bambino di 11 mesi, presentante sintomi simil-influenzali. E ancora più doloroso, è leggere dichiarazioni di colleghi, che ben dovrebbero conoscere le condizioni in cui lavoriamo e che spesso si avvalgono del contributo della guardia medica, così aspramente e ingiustamente criticata. Sbagliato è far passare il messaggio che negli ambulatori di continuità assistenziale non si visitino i pazienti, perché questo avviene, ma avviene secondo dei criteri ben precisi, che non sono di certo decisi arbitrariamente dal singolo medico.

Senza entrare nel merito dell’accaduto, si vuole sottolineare come esistono precise disposizioni aziendali, in particolare indicazioni del dipartimento di prevenzione dell’ASP di Catanzaro, secondo le quali il cittadino con sintomi simil influenzali “non debba uscire dalla propria abitazione, non debba recarsi in pronto soccorso, non debba recarsi autonomamente presso gli spazi distrettuali dove si eseguono tamponi, e non debba chiamare il 118 né recarsi in guardia medica”. È necessario, invece, che si valutino telefonicamente le condizioni cliniche del paziente e le condizioni di rischio espositivo al Covid. Tali direttive riflettono protocolli nazionali, ampiamente diffusi dal Ministero della Salute, già da inizio pandemia, anche attraverso pubblicità su reti televisive e siti istituzionali, per cui tutti i cittadini dovrebbero ormai esserne a conoscenza.

Per quanto empaticamente dispiaccia applicare le stesse direttive nel caso di un bambino, tale approccio non dovrebbe differire in base all’età del paziente. Purtroppo, i sintomi da Covid-19 non sono specifici e, senza effettuare un tampone rinofaringeo, è impossibile escludere a priori la diagnosi. Inoltre, le postazioni di continuità assistenziale sono generalmente carenti, se non del tutto prive, dei DPI adeguati per visitare in sicurezza un sospetto caso di Covid-19 e non ci sono mezzi per sanificare la postazione alla fine della visita, dopo la quale non è improbabile che capiti in ambulatorio un paziente fragile, anziano, con comorbidità (che fa parte del principale bacino d’utenza della guardia medica). Visitare un paziente di questo tipo in una postazione non sanificata sarebbe una situazione non ottimale per preservare la salute dello stesso. Da qui, primum non nocere, ovvero innanzitutto non danneggiare i nostri pazienti. Tutti.
Non si tratta di avere paura del Covid, ma esistono protocolli dedicati per salvaguardare la salute di tutti ed è dovere del medico, seguirli e farli seguire. In questo contesto, anche l’assistenza telefonica (così come l’assistenza prestata da dietro la porta di un ambulatorio), per consigliare, a distanza, un comportamento da seguire e una terapia da praticare, deve essere considerata a tutti gli effetti un atto medico. La collega non ha abbandonato il bambino a se stesso, come si vorrebbe far credere, ma ha dato le giuste indicazioni ai familiari, seguendo le norme di prevenzione anti-Covid. Si ricorda inoltre come la guardia medica non sia un servizio predisposto alla risoluzione delle situazioni di urgenza/emergenza, ma nasca per far fronte a tutte quelle situazioni indifferibili che necessitano di valutazione nelle ore notturne e durante i festivi, come sopra ricordato.

Questa lettera nasce dall’esigenza non soltanto di informare l’opinione pubblica su quali siano i reali ruoli e le reali condizioni in cui si trovano a operare i medici di continuità assistenziale, ma anche, e soprattutto, dalla necessità di manifestare solidarietà alla collega, al posto della quale sarebbe potuto esserci chiunque di noi. Siamo medici, agiamo nell’interesse dei nostri pazienti e continueremo a farlo nonostante le condizioni difficili in cui operiamo, nonostante i rischi relativi alla sicurezza personale, quelli biologici, quelli medico-legali, quelli di una pandemia che tutti i giorni cerchiamo di arginare con il nostro contributo.
Senza paura.

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